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Conferenza sulla giustizia del giornalista Stefano Zurlo

Logo Lions Club E' stata organizzata dal Lions Club Voghera Host una conferenza sulla giustizia tenuta dal giornalista e scrittore Stefano Zurlo, il quale, come inviato del quotidiano "Il Giornale", seguendo da molti anni i processi di cronaca nera, da Cogne a Garlasco a Perugia, di giustizia si occupa quotidianamente. Egli insegna giornalismo alla Link University di Roma ed è frequentemente ospite di trasmissioni televisive di approfondimento politico come "Annozero", "Omnibus" e "In onda". La settimana scorsa ha partecipato a "Porta a Porta". Su Telelombardia conduce "Iceberg".
E' autore di molti libri, tra i quali ricordiamo "Inchiesta sulla devozione popolare" (Premio Corrado Alvaro), "L'uomo sbagliato" da cui è stato tratto l'omonima fiction con Beppe Fiorello. Per professione, dicevamo, egli si è occupato di giustizia, dovremmo dire di malagiustizia, e per la casa editrice Piemme ha pubblicato "La legge siamo noi. La casta della giustizia italiana" (2009) e, ultimamente, il libro che è venuto a presentare a Voghera dal titolo "Prepotenti e impuniti" sottotitolato "Perché la malagiustizia permette sempre di farla franca".
Stefano Zurlo è riuscito a mettere le mani, dopo un'estenuante "lotta" durata alcuni anni tra intoppi di ogni natura, divieti e mezzi permessi, sull'inesauribile archivio disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Avvalendosi poi di una fitta rete di avvocati ed operatori della giustizia (lui stesso è figlio di un avvocato) è riuscito a raccogliere tutto il materiale necessario per scriverci dei libri. E quello che ne viene fuori è una cruda realtà che beffardamente si cala sulle infinite persone civili in cerca di giustizia. E' un elenco lunghissimo di cause insensate, ritardi smisurati, assenze ingiustificate che in un grosso e macabro calderone triturano all'infinito speranze, attese, rancori, odi, soldi, interessi economici, business.
Come dice l'autore "c'è tutto un mondo che si muove a singhiozzo, permettendo ai soliti furbi di farla franca, spesso con la complicità di avvocati, giudici e magistrati poco solerti che, muovendosi in una selva di leggi e leggine, fanno della malagiustizia italiana la garanzia dell'impunità per i più prepotenti, a scapito degli onesti cittadini".

Antonio Zinni


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Nella foto: a sinistra il Prof. Remuzzi e a destra il Prof Fabio Milanesi

Conferenza del Prof. Giuseppe Remuzzi

Logo Lions Club L'illustre prof. Giuseppe Remuzzi, scienzato di fama mondiale, ha tenuto una conferenza dal titolo " Medicina di domani ed etica di ieri", organizzata dal prof. Fabio Milanesi, presidente del Lions Club Voghera Host. Per introdurre lo stato della ricerca scientifica oggi in Italia, il relatore si è avvalso del resoconto della malattia e delle cure a cui è stato sottoposto il conte di Cavour che allora godeva di ammirazione incondizionata in tutta Europa come "uomo dall'intelletto sagace che vedeva ben più in là della politica", quale "letterato che sapeva di scienza e ne capiva il valore".
La rivista inglese The Lancet aveva, il 15 giugno 1861, dedicato un'intera pagina alla morte di Cavour e il New England fa un'analisi impietosa per le cure dedicate al più grande statista dei tempi moderni, fatte "di ripetuti salassi, bagni caldi e poltiglia di senape che avrebbero ucciso un cavallo".
Se si considera che a quei tempi, e anche prima, in Inghilterra chiunque aspirasse ad essere un medico di valore veniva a studiare in Italia e, solo per fare un esempio, il grande Harvey, fondatore della medicina moderna in quel paese, fu a Padova, alla scuola di Fabrizio da Acquapendente e Casserio.
Poi si è perso tutto. Perchè? Il Lancet avanza una spiegazione:"Negli stessi giorni in cui moriva Cavour, lo Stato Pontificio, quello stesso che trecento anni prima aveva perseguitato Galilei e che faceva di tutto per opporsi alla scienza, aveva cacciato fuori quindici medici, i migliori".
Il prof. Remuzzi ha quindi ripercorso brevemente il cammino della ricerca in medicina ricordando le grandi tappe, a partire dagli anni '30, come quella del primo sulfamidico, della prima volta del Pentothal in anestesia, la scoperta della struttura del DNA, i primi trapianti e i primi vaccini, i primi tentativi di dialisi, gli interventi a cuore aperto, la scoperta avvenuta in Italia (1969) di un farmaco anticancro e poi il virus HIV, fino alle odierne ricerche sulle cellule staminali.
Gli studi che si fanno oggi in tanti paesi del mondo sulle cellule staminali trovano sempre difficoltà e ostacoli e hanno dato vita a tanti comitati etici contro tali ricerche; comitati che al momento di scegliere tra il sì o il no, non sanno mai decidere. Da qualche tempo gli scienziati lavorano per ottenere staminali "etiche".
"E' per venire incontro, ha affermato il relatore, alla sensibilità di chi pensa che l'embrione sia già un bambino, c'è la possibilità di prendere cellule da embrioni che hanno smesso di crescere. In natura, infatti, solo una piccola parte, tre su sette, degli ovociti fecondati trova le condizioni per svilupparsi e, siccome la morte di un embrione non è la morte di tutte le cellule, quelle vive possono crescere in laboratorio e allora dovrebbe essere possibile usarle, proprio come si fa con gli organi dei cadaveri per il trapianto".
Secondo lo scienziato Robert S. Schwartz, "ritardare i progressi della medicina per dispute teologiche non è nell'interesse degli ammalati" e il prof. Remuzzi conclude la sua chiara e profonda relazione rispondendo così alla domanda cosa fare allora?
"Forse c'è qualcosa da non fare - egli afferma - Non considerare più gli scienziati come persone che stanno dall'altra parte. Sforzarsi di capire il metodo con cui funziona la scienza. Se chi ha paura dei passi avanti della ricerca avesse più familiarità con le cose della scienza, si renderebbe subito conto che sono proprio gli scienziati a poter trovare le soluzioni ai problemi dell'etica. E c'è un'altra buona ragione per chiederglielo, sono i soli che lo possono fare davvero"
Il prof. Giuseppe Remuzzi è nato a Bergamo, si è laureato in Medicina e Chirurgia a Pavia, si è specializzato all'Università di Milano in Ematologia Clinica e di Laboratorio e poi in Nefrologia Medica. Ha insegnato nelle più prestigiose Università americane, inglesi e italiane, collabora con le migliori riviste specialistiche quali The Lancet, New England Journal of Medicine ecc. e fa parte del Comitato Editoriale di numerose riviste internazionali di Medicina e Nefrologia.
Ha ricevuto il premio Jean Hamburger, il più importante riconoscimento della nefrologia mondiale. E' autore di 990 pubblicazioni e di 13 libri di argomento nefrologico. Dal 2006 è membro del Consiglio Superiore della Sanità.

Antonio Zinni



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